Mercoledì, 17 Giugno 2026
L’impatto dell’IA sulle professioni

La profezia di Aristotele

Nel IV secolo a.C., Aristotele, nel primo libro della Politica, si interrogava su cosa sarebbe accaduto se gli strumenti avessero potuto operare da soli, come i treppiedi di Efesto citati nel XVIII libro dell’Iliade.

La risposta che il filosofo dava era semplice: i capi artigiani non avrebbero più avuto bisogno di subordinati o di schiavi (Aristotele. Politica, libro I, frammento 1253b).

Gli strumenti inanimati (i treppiedi) avrebbero sostituito gli strumenti animati (i subordinati e gli schiavi).

Quella che poteva apparire come la comprensibile risposta di un filosofo vissuto in una società rigidamente divisa in classi, in realtà conteneva un’intuizione che duemila anni dopo si sarebbe rivelata sorprendentemente attuale.

Oggi quegli “strumenti che operano da soli” esistono davvero, si chiamano intelligenza artificiale, e stanno entrando non solo nelle botteghe degli artigiani, ma anche negli studi dei professionisti.

 Per secoli, infatti, sono state proprio le classi meno agiate — quelle destinate ai lavori manuali — a subire l’impatto più duro delle innovazioni tecnologiche. Questo fenomeno è durato fino all’avvento della quarta rivoluzione industriale, quella dell’intelligenza artificiale, che invece coinvolge l’intera società senza distinzioni di classe o mansioni, sia pure con intensità diverse.

La fine del patto sociale

L’intelligenza artificiale determinerà un cambiamento profondo anche nel mondo sino ad oggi relativamente protetto delle professioni liberali. Per secoli ai professionisti è stato riconosciuto uno status privilegiato, frutto di un patto implicito: in cambio dell’accesso al loro sapere specializzato — fondamentale per affrontare problemi tecnicamente complessi — è stato attribuito loro autonomia e il diritto di regolare l’accesso alla propria categoria. In cambio, i professionisti si sono impegnati a salvaguardare, migliorare e a trasmettere le loro conoscenze ponendole al servizio di tutti, secondo standard qualitativi elevati, contribuendo a ridurre quella asimmetria informativa che caratterizza la distribuzione diseguale del sapere nella società.

Questo patto nel tempo avrebbe assicurato ai professionisti una posizione privilegiata che avrebbe consentito loro una gestione esclusiva del sapere e limitato l’accesso alla conoscenza da parte del resto della società, anche attraverso l’uso di un linguaggio tecnico che sfugge alla comprensione dei più.

L’intelligenza artificiale sta sgretolando questo castello e questo non perché renda i professionisti inutili, ma perché erode il monopolio su cui si fonda la loro posizione: il monopolio della conoscenza. Chiunque può oggi interrogare un sistema di IA su una questione medica, fiscale o legale e ottenere una risposta articolata. La qualità di quella risposta è discutibile, ma è stata ottenuta senza ricorrere al sapere professionale.

La disponibilità di informazioni contribuisce a generare la convinzione che chiunque sia capace di utilizzarle e quindi l’inutilità di quei corpi intermedi (in particolare i professionisti) la cui funzione di mediazione culturale per l’accesso al sapere sarebbe ormai superata.

Ci riferiamo a quel fenomeno che la dottrina ha definito come la fine della competenza (Death of expertise) che ha determinato anche la perdita di consenso delle professioni liberali, definite, non a caso, da George Bernard Shaw come “una cospirazione contro il profano”.

Questo determinerà la fine delle professioni liberali così come le abbiamo sinora conosciute?

La risposta è no. L’intelligenza artificiale generativa non è oggi in grado di sostituire i professionisti. Non assume alcuna responsabilità, non garantisce l’esattezza delle risposte date agli input, non conosce il diritto, riconosce solo pattern statistici nel linguaggio, non ragiona, produce solo contenuti plausibili sulla base di meccanismi inferenziali di carattere statistico e probabilistico e soprattutto non è dotata di intelligenza sociale, quella capacità che solo l’essere umano ad oggi ha,  che lo mette in grado di capire gli stati mentali, le emozioni e le intenzioni degli interlocutori per poi modulare il proprio comportamento e le relazioni interpersonali, quella che in una parola può definirsi empatia.

Ottimisti e pessimisti: chi ha ragione?

Questo però non può indurci a sottovalutare l’impatto che l’intelligenza artificiale avrà sulla nostra società e sul lavoro dei professionisti, impatto che qualche autore ha paragonato a quello del diluvio universale, destinato a cambiare totalmente la società in cui viviamo.

Il dibattito pubblico circa l’impatto dell’IA sul mondo del lavoro si articola in due narrazioni contrapposte.

La prima è ottimista: i sistemi di intelligenza artificiale generativa integreranno le mansioni delle persone, aumentandone la produttività, con effetti occupazionali negativi limitati e un generale miglioramento dell’economia. McKinsey, in un rapporto risalente al 2023 (McKinsey & Company, The economic potential of generative AI: The next productivity frontier) stimava che l’IA generativa avrebbe consentito una crescita della produttività del lavoro compresa tra lo 0,1 e lo 0,6% all’anno fino al 2040; Goldman Sachs in un altro report dello stesso anno (Goldman Sachs, The potentially Large Effect of Artificial Intelligence on Economic Growth) arrivava a ipotizzare fino al 7% entro lo stesso orizzonte temporale.

La seconda narrazione è più preoccupante: i compiti a carattere routinario e ad alta connotazione intellettuale saranno progressivamente sostituiti dalla tecnologia, con effetti dirompenti sui livelli occupazionali nelle economie più avanzate. I dati oscillano e le previsioni si aggiornano continuamente: nel 2023 si stimavano 69 milioni di nuovi posti di lavoro e 83 milioni eliminati entro il 2027; proiezioni più recenti parlano di 93 milioni di posti in meno e 170 milioni di nuovi lavoratori. Una cosa è certa: circa il 23% dei lavoratori dovrebbe cambiare le proprie mansioni entro il 2027 (World Economic Forum, Il rapporto 2023 sul futuro del lavoro).

Dalla rivoluzione industriale ad oggi, l’innovazione tecnologica ha sempre prodotto nuove occasioni di lavoro: il numero complessivo degli occupati, pur con funzioni diverse, tendeva a crescere. La nuova rivoluzione tecnologica, al contrario, almeno per ora non crea tanti posti di lavoro quanti ne elimina.

Gli economisti hanno da tempo identificato due effetti opposti del progresso tecnologico sull’occupazione. Il primo, detto “distruttivo”, comporta una modifica nell’allocazione del lavoro – la cosiddetta disoccupazione tecnologica – teorizzata da Keynes (J.M. Keynes, Possibilità Economiche per i nostri nipoti, 1930). Il secondo, di “moltiplicazione”, genera nuova occupazione grazie all’aumento della produttività. Storicamente il secondo ha prevalso sul primo. La questione aperta è se questa volta andrà diversamente.

Gli studi più recenti hanno dimostrato che le mansioni più esposte sono quelle “routinarie” — compiti ripetitivi e codificabili, facili da trasformare in algoritmi. Ciò che resiste meglio sono le attività che richiedono intelligenza sociale (negoziazione, empatia, cura) e creatività autentica. I sistemi di IA sono bravi a sintetizzare, classificare, generare testo plausibile. Non sono ancora in grado di sostituire la profondità del giudizio umano nei casi complessi, né la capacità di costruire fiducia in una relazione professionale.

In Italia, il cambiamento è già in corso, ma in modo disomogeneo. Secondo i dati disponibili, circa un terzo delle occupazioni sarebbe a rischio di sostituzione parziale o totale da parte dell’intelligenza artificiale — tra i 4 e i 7 milioni di lavoratori, a seconda dei criteri di calcolo.

L’utilizzo della IA da parte dei professionisti: una scelta ancora non del tutto consapevole

Tra i professionisti, l’adozione degli strumenti di IA è cresciuta rapidamente: dal 25% del 2023 all’attuale 58,2% (X Rapporto sulle professioni a cura di Confprofessioni – 2025), ma i numeri nascondono una realtà più fragile. Tra avvocati e notai, oltre la metà dichiara di usare l’IA, ma solo il 12% ne ha una conoscenza approfondita. La maggioranza si muove a tentoni, con una comprensione superficiale degli strumenti che utilizza ogni giorno.

L’utilizzo è concentrato su due funzioni: la generazione e revisione di testi (50,4%) e la ricerca normativa o giurisprudenziale (67,8%). Sono applicazioni utili, ma ancora lontane da un’integrazione profonda nei processi professionali.

C’è poi un paradosso rivelatore: quando si tratta di investire, i professionisti preferiscono comprare strumenti piuttosto che formarsi per usarli bene. È un errore che si paga caro — non solo in termini di efficacia, ma anche di rischio. Un sistema di IA usato senza consapevolezza può produrre errori difficili da rilevare, soprattutto in ambiti ad alta responsabilità come quello legale o sanitario.

C’è una dimensione che le statistiche faticano a catturare, ed è quella della trasformazione qualitativa del lavoro professionale. Non si tratta solo di quanti posti di lavoro spariranno o nasceranno, ma di come cambierà la natura stessa di quelle professioni.

Un avvocato che usa l’IA per la ricerca giurisprudenziale guadagna tempo. Ma quel tempo deve poi essere investito in qualcosa — nella relazione con il cliente, nell’analisi strategica del caso, nel ragionamento etico. Se invece viene usato semplicemente per gestire più pratiche in meno ore, il rischio è che la qualità del servizio si appiattisca, e con essa la distinzione tra il professionista eccellente e quello mediocre.

In conclusione

La vera sfida non è sopravvivere all’intelligenza artificiale. È capire cosa resta insostituibilmente umano nel lavoro intellettuale, e investire proprio su quello.

Tornando ad Aristotele: il filosofo greco immaginava che la liberazione dal lavoro meccanico avrebbe permesso a tutti di dedicarsi alla vita contemplativa e politica. Era un’utopia elitaria, certo. Ma conteneva anche una domanda che vale la pena riprendere: se le macchine si occupano dei compiti ripetitivi, cosa scegliamo di fare del tempo che ci restituiscono?

La risposta non è scritta nella tecnologia. Dipende dalle politiche pubbliche che sosterranno la transizione occupazionale, dai sistemi di formazione che prepareranno i lavoratori di oggi e di domani, e dalle scelte individuali dei professionisti — che dovranno decidere se usare l’IA come scorciatoia o come leva per fare meglio il loro mestiere.

I professionisti italiani che chiedono regole chiare (72,8%), supervisione umana (72,2%) e più formazione (61,1%) hanno intuito qualcosa di importante: la tecnologia non si governa da sola. Ha bisogno di essere indirizzata, e questo è un compito tipicamente umano — anzi, tipicamente professionale.

La macchina è entrata nello studio. Adesso tocca a noi decidere chi comanda.